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RAPPORTO CENSIS-RBM: Anelli (Fnomceo): "Dobbiamo tornare a investire in Salute"

 ospedale thumb medium250 250"Come medici è per noi triste dover prendere atto che, per curarsi, sette milioni di italiani sono stati costretti a indebitarsi, e altri due milioni e ottocentomila ad attingere ai risparmi di una vita. È necessario tornare a investire sulla Salute pubblica e sul Servizio Sanitario nazionale. E occorre farlo oculatamente, con strategie efficienti, efficaci e lungimiranti".

È con amarezza che Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, ha ascoltato, questa mattina a Roma, la presentazione del rapporto Censis – Rbm Assicurazione Salute, presentato al Welfare Day 2018. I dati mostrano una crescita della spesa sanitaria privata degli italiani, che sfiora i 40 miliardi di euro. Nel 2017 sono stati 44 milioni i cittadini che hanno speso soldi di tasca propria ('out of pocket') per pagare prestazioni sanitarie per intero o con il ticket. Dall'incontro sono uscite anche proposte per il cosiddetto 'secondo pilastro', un sistema assistenziale integrativo del Servizio Sanitario pubblico.

"Il secondo pilastro può funzionare – ipotizza il Presidente Fnomceo – ma a due condizioni: che le prestazioni siano realmente integrative e non sostitutive del Servizio Sanitario nazionale, e che siano erogate nell'ambito dello stesso".

"Quello che più ci addolora – continua Anelli – è la rabbia che un italiano su tre dichiara nei confronti di Asl e Ospedali del Servizio Sanitario nazionale. Rabbia per le liste di attesa infinite, per le notizie di presunta malasanità. A questa si aggiungono le critiche mosse dal 26,8% degli intervistati per aver dovuto pagare troppe prestazioni o per i malfunzionamenti delle strutture. Questi stati d'animo negativi ci preoccupano e ci inquietano anche perché poi si ritorcono contro i terminali del SSN, e cioè contro i professionisti della sanità, che diventano i capri espiatori del clima di conflittualità e aggressività".

"D'altra parte, leggendo i dati del Rapporto, gli italiani più rancorosi sembrano anche i più fiduciosi nella politica del cambiamento – commenta ancora il presidente Fnomceo -. E allora proprio questo auspichiamo: che la rabbia diventi motore del cambiamento, di una trasformazione capace di dare nuova linfa al Sistema Sanitario Nazionale".

"I segnali sembrano esserci – constata –. Per la prima volta da troppo tempo a questa parte, la Sanità è all'ordine del giorno dell'agenda politica. Il Contratto di Governo, il programma del Ministro della Salute, il discorso di ieri del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte al Senato sembrano andare nella direzione di destinare più risorse alla Sanità, con l'obiettivo di ottenere sistemi sanitari più efficienti, con una maggior integrazione, un potenziamento dei servizi anche sul territorio e una riduzione delle disuguaglianze".

"Ma non basta. Non è sufficiente stanziare maggiori risorse, se non sono poi utilizzate in maniera mirata ed efficace. Non è sufficiente svincolare le nomine da logiche politiche, se non si svincolano in parallelo i Direttori Generali da meri obiettivi di risparmio e da lacci burocratici – ribadisce Anelli -. Affinché i più che giusti principi espressi dal Governo trovino piena realizzazione, e non vadano a implementare un pur meritorio 'libro dei sogni', è necessario un cambio di passo, per il quale i medici, insieme agli altri professionisti della sanità, sono pronti a mettere a disposizione le loro competenze e le loro esperienze".

"Il vero cambiamento consiste nel privilegiare gli obiettivi di salute a quelli meramente economici ridando un senso alle finalità del servizio sanitario nazionale – conclude Anelli -. E questo senso possono crearlo solo i professionisti, che sono il vero tessuto connettivo del sistema. È necessario informare tutta la Sanità su quei principi di indipendenza, autonomia e libertà che danno senso alla Professione medica e alle altre professioni. Noi siamo pronti, siamo pronti a camminare tutti insieme verso una Sanità equa, sostenibile, universalistica, libera, solidale".


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IL RAPPORTO CENSIS

CENSIS: Presentato al «Welfare Day 2018» il Rapporto Censis-Rbm Assicurazione Salute sulla sanità pubblica, privata e intermediata
Cresce il rancore per la sanità, prova d'esame per il governo del cambiamento . Sale a 40 miliardi di euro la spesa di tasca propria degli italiani per la sanità (+9,6% nel periodo 2013-2017). E pesa di più sulle famiglie a basso reddito: la tredicesima di un operaio se ne va in cure sanitarie per sé e i familiari. Ora 13 milioni di italiani dicono stop alla mobilità sanitaria fuori regione («ognuno si curi a casa propria»). E in 21 milioni ritengono giusto limitare le risorse pubbliche per le persone con stili di vita nocivi (dai fumatori agli obesi). Gli elettori di Lega e 5 Stelle sono i più rancorosi verso il Servizio sanitario: molto ha contato nelle urne, per questo la sanità sarà il vero banco di prova per il nuovo esecutivo
Mentre i consumi arrancano, la spesa sanitaria privata decolla. La spesa sanitaria privata degli italiani arriverà a fine anno al valore record di 40 miliardi di euro (era di 37,3 miliardi lo scorso anno). Nel periodo 2013-2017 è aumentata del 9,6% in termini reali, molto più dei consumi complessivi (+5,3%). Nell'ultimo anno sono stati 44 milioni gli italiani che hanno speso soldi di tasca propria per pagare prestazioni sanitarie per intero o in parte con il ticket. È quanto emerge dal Rapporto Censis-Rbm Assicurazione Salute presentato oggi al «Welfare Day 2018».
E incide di più sui redditi bassi. La spesa sanitaria privata pesa di più sui budget delle famiglie più deboli. Nel periodo 2014-2016 i consumi delle famiglie operaie sono rimasti fermi (+0,1%), ma le spese sanitarie private sono aumentate del 6,4% (in media 86 euro in più nell'ultimo anno per famiglia). Per gli imprenditori c'è stato invece un forte incremento dei consumi (+6%) e una crescita inferiore della spesa sanitaria privata (+4,5%: in media 80 euro in più nell'ultimo anno). Per gli operai l'intera tredicesima se ne va per pagare cure sanitarie familiari: quasi 1.100 euro all'anno. Per 7 famiglie a basso reddito su 10 la spesa privata per la salute incide pesantemente sulle risorse familiari.
C'è chi si indebita per pagare la sanità. Nell'ultimo anno, per pagare le spese per la salute 7 milioni di italiani si sono indebitati e 2,8 milioni hanno dovuto usare il ricavato della vendita di una casa o svincolare risparmi. Solo il 41% degli italiani copre le spese sanitarie esclusivamente con il proprio reddito: il 23,3% deve integrarlo attingendo ai risparmi, mentre il 35,6% deve usare i risparmi o fare debiti (in questo caso la percentuale sale al 41% tra le famiglie a basso reddito). Il 47% degli italiani taglia le altre spese per pagarsi la sanità (e la quota sale al 51% tra le famiglie meno abbienti). In sintesi: meno guadagni, più devi trovare soldi aggiuntivi al reddito per pagare la sanità di cui hai bisogno.
«Sono 150 milioni le prestazioni sanitarie pagate di tasca propria dagli italiani. Nella top five delle cure, 7 cittadini su 10 hanno acquistato farmaci (per una spesa complessiva di 17 miliardi di euro), 6 cittadini su 10 visite specialistiche (per 7,5 miliardi), 4 su 10 prestazioni odontoiatriche (per 8 miliardi), 5 su 10 prestazioni diagnostiche e analisi di laboratorio (per 3,8 miliardi) e 1 su 10 protesi e presidi (per quasi 1 miliardo), con un esborso medio di 655 euro per cittadino», ha detto Marco Vecchietti, Amministratore Delegato di Rbm Assicurazione Salute. «La salute è da sempre uno dei beni di maggiore importanza per tutti i cittadini, ma in questi anni non è mai stata al centro dell'agenda politica. La spesa sanitaria di tasca propria è la più grande forma di disuguaglianza in sanità, perché colpisce in particolar modo i redditi più bassi, le Regioni con situazioni economiche più critiche, i cittadini più fragili e gli anziani. Questa situazione può essere contrastata solo restituendo una dimensione sociale alla spesa sanitaria privata attraverso una intermediazione strutturata da parte del settore assicurativo e dei fondi sanitari integrativi. Bisogna superare posizioni di retroguardia e attivare subito, come già avvenuto in tutti gli altri grandi Paesi europei, un secondo pilastro anche in sanità che renda disponibile su base universale - quindi a tutti i cittadini - le soluzioni che attualmente molte aziende riservano ai propri dipendenti. In questo modo si potrebbe dimezzare il costo delle cure che oggi schiaccia i redditi familiari, con un risparmio per ciascun cittadino di circa 340 euro all'anno. I soldi per farlo già ci sono, basterebbe recuperarli dalle detrazioni sanitarie che favoriscono solo i redditi più elevati e promuovono il consumismo sanitario. Ci dichiariamo sin d'ora disponibili ad illustrare al nuovo governo la nostra proposta, che può assicurare oltre 20 miliardi di risorse da investire sulla salute di tutti», ha concluso Vecchietti.
La percezione di una sanità ingiusta. Il 68% degli occupati ha dovuto assentarsi dal lavoro per recarsi presso strutture sanitarie pubbliche per se stessi o per i propri familiari, perché erano chiuse in orari non lavorativi. Intanto non mancano i furbi: 12 milioni di italiani hanno saltato le lunghe liste d'attesa nel Servizio sanitario grazie a conoscenze e raccomandazioni. Ormai il 54,7% degli italiani è convinto che non si hanno più opportunità di diagnosi e cura uguali per tutti. Sono questi i contorni di una sanità che chiede un surplus di sacrifici alle persone con redditi bassi e ai lavoratori, e premia i furbi: ecco l'origine del rancore per la sanità.
«Ognuno si curi a casa propria». È questa una delle reazioni alla sanità percepita come ingiusta, il sintomo del rancore di chi vuole escludere e punire gli altri per non vedersi sottrarre risorse pubbliche per sé e i propri familiari. Sono 13 milioni gli italiani che dicono stop alla mobilità sanitaria fuori regione. E in 21 milioni ritengono giusto penalizzare con tasse aggiuntive o limitazioni nell'accesso alle cure del Servizio sanitario le persone che compromettono la propria salute a causa di stili di vita nocivi, come i fumatori, gli alcolisti, i tossicodipendenti e gli obesi.
Monta il rancore verso il Servizio sanitario e la politica. Il 37,8% degli italiani prova rabbia verso il Servizio sanitario a causa delle liste d'attese troppo lunghe o i casi di malasanità. Il 26,8% è critico perché, oltre alle tasse, bisogna pagare di tasca propria troppe prestazioni e perché le strutture non sempre funzionano come dovrebbero. Il 17,3% prova invece un senso di protezione e di fronte al rischio di ammalarsi pensa: «meno male che il Servizio sanitario esiste». L'11,3% prova un sentimento di orgoglio, perché la sanità italiana è tra le migliori al mondo. I più arrabbiati verso il Servizio sanitario sono le persone con redditi bassi (43,3%) e i residenti al Sud (45,5%). Ma per un miglioramento della sanità il 63% degli italiani non si attende nulla dalla politica. Per il 47% i politici hanno fatto troppe promesse e lanciato poche idee valide, per il 24,5% non hanno più le competenze e le capacità di un tempo.
Elettori 5 Stelle e Lega: sanità laboratorio per il passaggio dal rancore alla speranza del cambiamento. Più rancorosi verso il Servizio sanitario sono gli elettori del Movimento 5 Stelle (41,1%) e della Lega (39,2%), meno quelli di Forza Italia (32,9%) e Pd (30%). Ma gli elettori di 5 Stelle (47,1%) e Lega (44,7%) sono anche i più fiduciosi nella politica del cambiamento, rispetto a quelli di Forza Italia (31,4%) e del Pd (31%). La sanità ha giocato molto nel risultato elettorale (per l'81% dei cittadini è una questione decisiva nella scelta del partito per cui votare) e sarà il cantiere in cui gli italiani metteranno alla prova il passaggio dall'alleanza del rancore al governo del cambiamento.
Questi sono i principali risultati del Rapporto Censis-Rbm Assicurazione Salute presentatato oggi a Roma al «Welfare Day 2018», a cui sono intervenuti, tra gli altri, Roberto Favaretto, Presidente di Previmedical, Marco Vecchietti, Amministratore Delegato di Rbm Assicurazione Salute, Giuseppe De Rita e Francesco Maietta, rispettivamente Presidente e Responsabile dell'Area Politiche sociali del Censis.