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PNRR: Bartoletti (Fimmg): rivedere quota capitaria per la medicina generale ecco come intendo la riforma delle cure primarie

 bartuletConvogliare nella quota capitaria le indennità oggi percepite dai medici di famiglia consentirebbe di uniformare le cure primarie da Nord a Sud limando le diseguaglianze oggi esistenti a svantaggio dei cittadini di alcune regioni. Pierluigi Bartoletti, vicesegretario vicario Fimmg, intervistato in video da Doctor33 e spiega un aspetto chiave della "proposta di riforma delle cure primarie" con cui il suo sindacato risponde alle regioni e al loro intento di portare il medico di famiglia a dipendenza o all'accreditamento. Ma Bartoletti alle regioni lancia innanzi tutto un'accusa: è stata la grande differenza tra sistemi sanitari e medicine territoriali a fare del Covid quel mostro che prima ha ucciso dei medici e poi ha fatto della categoria un bersaglio facile rispetto a inefficienze delle giunte e delle Asl.
«Dal federalismo in poi l'Italia ha visto crescere d'importanza i servizi sanitari regionali, e in pandemia le differenze di accesso ai servizi da una regione all'altra si sono viste. La diseguaglianza ha favorito il diffondersi dell'epidemia. Non stiamo dicendo che non ci va bene il federalismo ma ci dev'essere un'unica medicina generale. In un sistema in sofferenza, non ci chiamiamo fuori dalle responsabilità ma diciamo che a maggior ragion la medicina generale va usata come collante per il Paese, favorendo un criterio unico di accesso al Ssn e colmando le diseguaglianze esistenti». Nel documento Fimmg sottolinea che la medicina generale è un livello essenziale di assistenza. «Fin qui i "Lea" per ogni cittadino era avere un medico di famiglia ma se non dettaglio i servizi di questo medico, che diventano l'elemento unificante, ogni regione si organizza in varie forme e ogni forma determina i suoi risultati. Di fronte al Covid, il Lazio dove c'era sintonia tra noi e l'assessorato ha preso in mano la situazione, la Lombardia dove il medico di famiglia era stato connotato per la gestione delle cronicità non lo ha fatto bene e l'ha pagata, il Veneto che concepisce la medicina generale come medicina di cure integrate l'ha pagata meno. Nel Piano nazionale di Ripresa e resilienza manca la consapevolezza che nel 1978 eravamo usciti dalle mutue per superare le difformità d'accesso alle cure, con la riforma si dava un medico a tutti gli italiani; con le case di comunità al cittadino si toglie il riferimento del medico e gli si dà un palazzo, ma chi fa simili proposte disorienta innanzi tutto i medici, non è il massimo della vita combattere una pandemia incerti sul proprio futuro».
Quanto alla convenzione da superare con un contratto di dipendenza, «è un falso problema. In realtà, vanno definiti a monte gli obiettivi della medicina generale e dopo a seconda degli obiettivi si capirà se va adottato un sistema longitudinale di assistenza come il nostro attuale, che ha tenuto malgrado i piani di rientro, o se cambiare. Noi diciamo che è possibile tenere l'attuale modello, conferendo al medico autonomia organizzativa per svolgere funzioni definite legate ai Lea, e in tal caso possiamo diventare quell'elemento unificante che oggi non c'è. Non è il Mmg il livello di assistenza ma lo sono i suoi servizi, da definire nel contratto». Ma come deve cambiare la convenzione per Fimmg? «Oggi la nostra busta paga è una pagina di sigle poco comprensibili, la quota capitaria nazionale è identica dal 1978: il nostro assistito è calcolato al medesimo costo ma sono passati 43 anni. È folle. Altri sistemi, come l'ospedale, utilizzano indicatori o Drg aggiornati. Le quote capitarie sono state aggiornate introducendo indennità legate al livello regionale di contrattazione. Se la convenzione nazionale garantisce parte dei compensi, per il resto le regioni ricche fin qui hanno negoziato con i medici indennità più pesanti, altre non hanno negoziato nulla perché erano in piano di rientro. Ci sono state medicine di famiglia di serie A, B e C. Oggi serve un investimento aggiuntivo per modificare la distribuzione delle risorse, servono una quota nazionale ed una regionale legata ai servizi offerti dal medico. Esempio: per la segretaria percepiamo un contributo pari al 30% del costo. Ma la segretaria svolge un servizio di accoglienza, da standardizzare a livello nazionale, magari ruota in un centralino VOIP h24. Le regioni dovrebbero convertire le indennità in una quota capitaria riconoscendo in tutta Italia uno stesso costo di base per il servizio pesato sui cittadini. Questo significa convertire le indennità regionali in livelli standard di assistenza, e colmare le differenze tra regioni. Secondo noi, si può definire un livello standard di prestazioni connesse con il Lea della medicina generale, nazionali, non derogabili, coerenti con i nostri compiti. Se al contrario ogni regione fa cose diverse, tutto diventa difficile; purtroppo, il PNRR tutto fa tranne conferire unità al paese». Bartoletti aggiunge che il carico clinico è inversamente proporzionale a quello burocratico, se cresce il primo il secondo crolla.

«Nel Lazio abbiamo sostenuto il tampone in studio di fronte a colleghi che lo vedevano come problema. Per noi è un'alternativa alla burocrazia: prima dovevo prescrivere la richiesta al paziente che mi chiamava, fare segnalazione di isolamento all'Asl, attendere il referto dall'assistito, se era positivo dovevo segnalare la messa in isolamento. Ora molti passaggi si eliminano, il positivo lo segnalo all'Asl, se il campione è negativo la pratica si chiude. E la burocrazia scende al tasso della prevalenza del virus». Per venirsi incontro tra regioni e medici urge in definitiva capire che il Covid s'è affrontato meglio dove si è curata di più la community care che la patient care. «Se con la casa della comunità puntiamo tutto su una sorta di ospedale di serie B, anziché la community care che ci prefiggevamo costruiamo una filiera assistenziale lunga con strutture intermedie che rischiano di generare ulteriore confusione. Non va bene. Prima di definire l'operatività del modello vogliamo parlare di scenari con le regioni? Nessuno scandalo se ci privatizzano - dice Bartoletti - ma si prenda atto di come in Spagna e Portogallo con le case di comunità il settore privato è esploso e la sanità pubblica ha perso appeal. In Italia molti giovani stanno finendo il corso triennale in medicina generale e già dicono che non copriranno carenze ma si specializzeranno altrove perché questo lavoro non ha più attrattive, e chi è ambizioso o va all'estero o punta all'ospedale pubblico o privato. Credo non sia scontato che nelle regioni si troveranno i dipendenti da mettere nelle case di comunità».